Cos che semo in questo mondo

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Questa immagine mi fa domandare: in generale, quanto saremmo disposti a pagare per questo piatto? Di due fette di pagnotta spesse 1 millimetro, contenenti una fetta di fagiolo spessa altrettanto?
E quanto saremmo disposti a pagare se questo assemblamento fosse nella carta del rinomato ristorante x del famoso chef x?

Viviamo in un periodo misero.
Invece di pensare, valutiamo, di continuo.
Invece di inventare dal niente, eleviamo, miglioriamo, con delle cagate.
A partire dalla lingua, che infatti è il mezzo del pensiero: non si inventano più dei termini, ma è tutto uno spremere le tette inglesi, in modo ridicolo e sterile.
Vige ovunque una ricerca isterica della qualità della forma, che non ha altro contenuto che la forma, appunto.
Ad esempio, in campo gastronomico, da un po’ osservo la stupidaggine dell’aggiunta di olio evo a vari prodotti industriali, che è inutile in quanto olio evo di merda, e il sapore è anche infimo, ma la resa da etichetta o specchietto evidentemente rende a livello di marketing. Ho potuto assaggiare diversi prodotti in questa loro nuova veste- in ammollo in olio extravergine di oliva- e li ho trovati tutti abominevoli. Ma, visto l’andazzo, devo dedurre che molta gente preferisca mangiare quella scritta o quel sapere di olio evo, piuttosto che il sapore reale di questo oliaccio verdognolo e acido che impregna la sostanza.

Di questo nostro periodo-epoca-società non mi piace neanche l’accettazione di porzioni minuscole come sintomo di qualità e di arte, quando invece l’arte per me tende al grande, all’imponenza, ai quadri enormi, allo schermo del cinema, alle sculture gigantesche.
E invece sul cibo ci facciamo fregare o incantare, paghiamo qualcuno che invoca l’arte come suo scudo e fonte, e invece per me la loro fonte è quasi sempre la ricerca del denaro.
E mi fa schifo la moda di questo, in un periodo di magra mondiale, di morti di fame su altri esponenzialmente.
L’elitarismo che cerca palati fatti di monete.
In questa mia società che mi impigrisce, che mi avvilisce.
Non voglio denigrare l’alta cucina in assoluto, bisogna fare delle distinzioni, e le faccio, ma in generale non apprezzo l’idea che per poter far assaggiare certi piatti si debbano imporre certi prezzi e certe quasi impalpabili quantità.
Mi spiego, e lo voglio fare con l’inizio della Polonaise-Fantaisie op. 61 di Chopin.

L’attacco, con quegli accordi col pedale e l’ascensione col “piano”, inchioda qualsiasi ascoltatore in pochi secondi, non si discute, ma se finisse lì, per quanto assoluto e spiazzante e perfetto, sarebbe il vuoto. Infatti ritorna variato due volte, poi torna ancora nell’apoteosi di quello che ormai si conosce, spostandosi più in alto nella tastiera, ancora più piano che è quasi un pianissimo, e col pedale che spande gli armonici fino a toccare le corde giuste dentro il nostro corpo, fino a farle muovere-commuovere. Tutto questo accade in neanche un minuto, ma quel minuto è necessario per arrivare a sentirsi in quel modo, a capire cosa si sta sentendo.

Per spiegarlo in un modo meno pesante: pensiamo a quando aspettiamo l’arrivo del nostro punto preferito in una canzone. A meno che non si tratti dell’intro, serve tutta la parte prima per goderselo. Ascoltarselo precisamente da quando inizia lo svilisce, lo abbatte, toglie la tensione verso quel momento e tutto quello che si crea durante, è necessaria quella preparazione.
Tutto questo per dire che: il bocconcino di estasi resta un bocconcino. Per capirlo bisogna ritrovarlo, riprovarlo, risentirlo subito. La durata ha un minimo di tempo per portare alla percezione.
Quindi non sono molto amante dei piccoli assaggi istantanei e d’effetto. Il mio naso, la mia bocca, la mia lingua e soprattutto il mio cervello, hanno dei tempi più lunghi di quelli che concedono certe circostanze.

Da BONGO E I TRE AVVENTURIERI – episodio TOPOLINO E IL FAGIOLO MAGICO, Walt Disney prod., una delle scene di stenti e privazioni, miseria e “fare la fame” più potenti che abbia mai visto. Quando ero piccola mi faceva soffrire pur incantandomi per la precisione assurda di quelle fette trasparenti di pane e fagioli. Paperino che impazzisce fa paura, il narratore finto tedesco infierisce nel nichilismo e disperazione assoluti.

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Un mio vecchio racconto e Pink flamingos

Ho ripescato nei miei vecchi scritti un racconto del 2001.
Si intitola “Ungi” che significa unghie in dialetto modenese, non mi ricordo perchè lo avessi intitolato in dialetto, forse aveva un senso per me all’epoca.
L’ho riletto in questi giorni dopo tantissimi anni, e sono rimasta contenta non tanto per lo stile, che è del tutto acerbo e in certe frasi non mi piace per niente, ma per la lungimiranza che ho avuto in quegli anni, io ne avevo 19, nel prevedere un mercato impazzito e senza senso per quel che riguarda il cibo.
Leggendolo oggi mi fa impressione accorgermi che siamo davvero diventati così.
Il mio era uno scherzo, ma oggi è la realtà, e manda anche avanti in modo consistente l’economia.
A qualcosa di simile aveva pensato anche John Waters, e molto prima, con la scena con l’egg man in PINK FLAMINGOS, nel 1972.

Ecco qui il mio racconto.

UNGI
“Gelso era ricco sfondato, e non aveva neanche i soldi perché tutti sapevano che ne aveva così tanti che avrebbe potuto comprare tutto e per sempre. Non aveva fatto niente in tutta la vita, se non rispettato i bisogni vitali, letto, cantato davanti allo specchio e costruito di tutto con gli stecchi dei gelati. Poi un giorno si stancò e decise che voleva fare qualcosa per gli altri e avere un lavoro che lo tenesse in mezzo alla gente. E un giorno comprò un ex bar. Era quasi tutto vuoto, dipinto di verde e con delle lampadine che penzolavano dal soffitto. Gli faceva schifo quel verde limone e per prima cosa riverniciò tutto il posto di rosso acceso, anche se poi gli venivano in mente le epistassi. Poi comprò tanti tavolini tutti diversi tra loro e tante sedie tutte diverse tra loro, e accatastò tutto in un angolo. Poi portò il suo allevamento di mosche bianche, perché gli piaceva guardarle appoggiate alle pareti rosse, soprattutto mentre si lavavano la faccia. Costruì una vetrinetta, stavolta usando i cucchiai di plastica da caffè. Un bancone c’era già e lui si limitò a rivestirlo di cartapesta. Quando tutto fu pronto e Gelso straripava di compiacimento, venne aperta la degustazione di unghie. Fu uno strepitoso successo, la prima settimana la gente finiva col riversarsi a degustare anche nelle strade vicine, con i piatti neri che esaltavano il chiaro colore delle unghie.
Gelso era diventato felice, si sentiva bene quando le persone entravano da lui e gli sorridevano e dalla catasta di sedie e tavoli sceglievano quelli che più gradivano e andavano a sistemarsi in un qualunque angolo libero, vicino al bancone, in mezzo alla stanza, fuori per le vie del quartiere. In città tutti parlavano di questo posto, di come si stesse bene all’Unghioteca di Gelso, di come tutto fosse fatto apposta per la gente, tutto lì per la gente, non per i soldi, non per vivere, non per obbligo, ma solo e davvero per la gente. Le unghie costavano poco, a parte alcuni tipi che erano un po’ più cari, ma comunque di prezzo ridicolo. Vi erano infatti tanti tipi di unghie che Gelso richiedeva e poi pagava ai diretti proprietari. Le unghie più care, nonché più buone, erano quelle dei bambini. Erano unghie morbide e apprezzate per il loro sapore ogni volta diverso, particolare e variegato. Sotto le unghie dei bambini Gelso ci trovava di tutto: cibo, terra, pezzi di fiori, tempera, ed era proprio questo insieme di residui che conferiva a quelle unghie quel sapore così piacevole e amato dalla gente. Anche le unghie dei chitarristi erano notevolmente apprezzate, e questo per la loro durezza che soddisfaceva il cliente nello spezzarle con gli incisivi e per il loro sapore di ferro o ruggine. Vi erano anche unghie di meccanici dal sapore forte e speziato di benzina e olio motore, unghie di contadini che sapevano di stalla e verdura, unghie curate di segretaria, tenere e dal sapore di pulito, unghie di infermiere, di banchieri, di bibliotecari, ognuna col suo particolare sapore. E la gente andava da Gelso e gustava le unghie, ed era un piacere per lui sentirne i commenti. “ Questo bambino ha colorato coi gessetti. Se sapesse che regalo mi ha fatto!” diceva eccitata una signora mentre si godeva un unghia di indice di bambino. Le unghie degli indici e dei medi erano le più saporite e le più richieste. Quelle dei mignoli erano quelle di sapore meno intenso e di solito le ordinavano persone malinconiche che avevano voglia di vaghi sapori, di non sentire distintamente la vita di una persona nel loro palato, e volevano solo avere una debole percezione di gusto, per sognare un po’. Gelso teneva tutti i vari tipi di unghie ben separati, ogni tipo aveva un suo scaffale.. Gelso procurava delle speciali scatoline da dieci scomparti alle persone che producevano le unghie. I suoi amici Lino e Sauro andavano a casa dei fornitori di unghie, persone di cui Gelso aveva già assaggiato e quindi apprezzato le unghie, e con molta cura e attenzione gliele tagliavano. Fatto ciò riponevano le unghie nelle scatoline che poi portavano all’unghioteca di Gelso e davano ai donatori di unghie cifre esorbitanti di soldi. Gelso quando riceveva le scatoline osservava le unghie e controllava che non vi fossero presenti dei microbi e che tutto fosse ottimo e sano.
Non vi era quindi nulla di cui preoccuparsi e dopo alcuni mesi nessuno osava più criticare l’unghioteca o diffidare di Gelso. Anche i più scettici e tradizionalisti avevano finito con l’amare quelle unghie e col fare visita a Gelso almeno una volta a settimana. Ma poi accadde qualcosa di strano. Le persone che più frequentemente si recavano all’unghioteca cominciarono a crescere di altezza. Un centimetro o poco più, ma era evidente che fossero diventate più alte. E c’era chi ci scherzava su dicendo cose tipo che le unghie erano talmente energetiche che anche a quarant’anni facevano allungare le ossa. Dalla scoperta dell’aumento di altezza passò un mese poi le persone cresciute vomitarono tutte. Nell’arco di mezza giornata tutte si ritrovarono a vomitare. E vomitarono un’unghia , lunga quanto il loro esofago, larga uno o due centimetri e sottilissima. Tutti quelli che avevano mangiato spesso tante unghie, quel giorno vomitarono un’unghia. Gelso era disperato, l’unghioteca fu chiusa, finì tutto, la gente era più triste senza poter andare da lui a mangiare le unghie. Le unghie vomitate furono osservate per diversi giorni, ma nulla di anomalo fu trovato. Erano unghie normali solo più grandi, ma di stessa composizione proteica, uguali a quelle attaccate alle dita. Come avessero potuto formarsi nessuno riuscì a capirlo, ma la colpa fu attribuita esclusivamente a Gelso e ai suoi banchetti di unghie. Coloro che avevano vomitato le unghione furono ricoverati in ospedale, ma dimessi subito dopo una notte perché erano in perfette condizioni di salute. I medici proibirono loro però di mangiarsi le unghie almeno per un anno. Né quelle di altri né le loro. Ma non c’era più pericolo di mangiare quelle degli altri visto che l’unghioteca l’avevano fatta chiudere per sempre. Gelso era diventato infinitamente triste, avevano distrutto la sua idea, la sua vita, l’unica cosa che lo rendeva felice. Nella piazza principale della città vennero esposte le unghie vomitate su un piccolo palco appena sollevato da terra. Più di duecento unghie erano messe in mostra fissate a dei paletti, e a vederle da lontano sembravano tante piccole vele riempite dal vento. Quando Gelso passava per quella piazza si sentiva davvero male e gli veniva da piangere e si metteva a guardare tutti quei gatti che si andavano a fare le unghie sulle unghie esposte. Che fonte di felicità erano quelle unghie per i gatti, mentre per lui erano state solo fonte di uno scoramento assoluto. Tutti i giorni passava di lì e guardava con rabbia quei gatti che si attaccavano a quelle unghie malefiche con le loro. E le unghione non si consumavano per niente, se le osservava da vicino non avevano nemmeno un graffietto. Anche dopo qualche giorno erano perfettamente intatte come se non fossero mai state sfiorate. Ma dopo una settimana notò qualcosa di strano intorno alle unghie, per terra. Giacevano sul palchetto migliaia di peli di gatto, rossi, neri, bianchi, marroni, grigi. Migliaia. Gelso rimase un po’ sconcertato. Il mattino dopo non ce n’erano quasi più perché i netturbini avevano già provveduto a pulire. Ma Gelso la sera attese l’arrivo dei gatti. Arrivarono poco prima del tramonto e subito presero a graffiare quelle unghie vomitate. Gelso li osservò e si accorse che mentre si facevano le unghie, molti peli si staccavano dal loro corpo per cadere a terra. La sera il palchetto era ricoperto ancora da migliaia di peli di gatto. Gelso pensò che fossero quelle unghie malvagie a far perdere i peli ai gatti. Si chinò e fece per raccoglierne una manciata e rimase interdetto. Erano secchi. Secchi e rigidi, non sembravano neanche peli. Li annusò e gli parve profumassero. E allora ne assaggiò uno, era già pronto a sputare ma si accorse che gli piaceva, che aveva un sapore mai sentito, non sapeva nemmeno paragonarlo a qualcosa, non ricordava nessun cibo, si sforzò ma proprio non assomigliava a niente. E assaggiò altri peli di colore diverso e anch’essi avevano dei sapori mai trovati ed eccellenti, tutti diversi tra loro. Ne mangiò centinaia poi guardò il cielo pieno di un’idea. Una peloteca. E se ne andò a casa ridendo.”

Colazioni consistenti e un po’ di video

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Ritorno dopo un anno, un anno complicato e nefasto, ma non mi lamenterò.
Alla fine tutto è finito bene, e non in catastrofe come ho dovuto pensare in alcune settimane.
Riparto non con una ricetta, ma con un consiglio di colazione, che io ho testato nelle mie varianti di ricerca di salato alla mattina, quando quasi tutti intorno a me invece si adagiano sul dolce dei biscotti, torte, latte, ecc.
La foto parla chiaro: si tratta delle cipolle fritte dell’ikea immerse nella panna fresca da cucina. Capolavoro di sapori.
Fa di sicuro male alla salute, lo so, ma allora non fa bene neanche il gnocco fritto pocciato nel caffelatte (tipica colazione modenese al bar), o la dolce brioche burrosa intinta nel cappuccino. Quel che però devo davvero segnalare, a parte la bontà di tale porcata,  è il male che fa all’interazione sociale. Quei frammenti di cipolla fritti sono sì squisiti, ma una volta mangiati vi negheranno qualsiasi nascere di conversazione con altri esseri umani. Per chi se ne infischia, o non ha appuntamenti nella giornata in cui si gusta questa accoppiata eccellente, sappia che sarà come mangiare la versione salata del latte coi cereali, o di uno yogurt col muesli, ma molto più saporito e appagante.
Però poi puzzerete terribilmente, nessuno vorrà conversare con voi, nemmeno chi vi vuole più bene e di solito accetta tutte le vostre debolezze e imperfezioni. No no no e poi no, in questo caso, ho le prove, li ripugnerete anche solo quando oserete emettere un “ciao” o persino un complimento nei loro confronti.

Alcune delle migliori scene di cibo che ho visto quest’anno:

Da GOIN’SOUTH (1978), di Jack Nicholson, un western che mi è piaciuto molto: la scena dove lo stesso Nicholson mangia/risucchia in pochi secondi una mezza gallina bollita. La sua faccia, i suoni e ciucciamenti e tirate su di naso rendono quel pennuto lesso molto desiderabile.

Da BENNY’S VIDEO (1992), di Michael Haneke: la scena della merenda con la pizza surgelata. I particolari con lui che si preoccupa del fatto che la pizza sia ancora rovente, e quindi la pazienza mostrata nell’aspettare di mangiarla perchè lei non si ustioni, e il chiederle se vuole ancora del latte, e i mimi violenti della metro, sono una botta di pena e destabilizzazione devastante, visto poi il seguito.

Da JOHN AND MARY (1969), di Peter Yates: una colazione post notte brava insieme, basata soprattutto su uno scambio di elucubrazioni mentali. Il personaggio di Hoffman-John, in una New York di fine anni  ’60, parlava già come uno dei nostri maniaci della nutrizione e del cibo degli ultimi anni. Uova biologiche, galline nutrite come si deve, ormoni nella carne del pollame che fanno crescere le tette agli uomini… A tutto ciò noi siamo arrivati molto dopo, e con una modalità e un approccio abbastanza ridicoli.
Questa colazione mi ha illuminato su come mangiare le uova alla coque. Le ho sempre mangiate appoggiate al portauovo, con dell’attesa in mezzo tra uno e l’altro, dato che un uovo non mi basta mai. Qui il caro John mi ha fatto vedere che basta prendere una tazza e versarcelo dentro, senza doverle bollire in successione,  e senza sprecare neanche un rivolo di albume o tuorlo che tracima dal guscio e finisce sul fondo del portauovo raffreddandosi.  Ovvio che da allora me ne faccio tre in una botta e me le gusto senza perdite, e il sale si distribuisce molto meglio.

Da IL BANDITO (1946), di Alberto Lattuada: la scena coi due amici, diventati tali dopo anni da prigionieri di guerra in Germania, che tornano a Torino in un viaggio in treno e poi in camion. Qui sul camion si raccontano le cose semplici che vorrebbero fare appena tornati a casa, e su cui tanto hanno fantasticato durante la guerra: una bistecca alla fiorentina, un fiasco di vino, l’alberello di natale, stare coi propri cari.
Cose normali, belle e genuine, mentre le sentivo pronunciare da loro due, ma che inserite in questo periodo storico, assurdo e isterico, almeno in Italia, mi hanno fatto venire in mente quante critiche potrebbero ricevere se tornassero da una guerra adesso questi due poveri disgraziati. E la bistecca no, perchè è il male e sei una merda se la mangi, e l’albero di natale no, perchè non rispetti gli alberi, e anche se sintetico offende comunque chi non vuole il natale… E mi chiedo: ma tutti quelli che oggi li criticherebbero, hanno mai fatto la guerra? Sono mai stati davvero col loro corpo e la mente in mezzo a una guerra?
Le persone a cui alludo lo so che non ci sono mai state. Sono predicatori e lottatori melliflui e finti, e quel che professano per me è guasto, è un pretesto per un altro fine, è posticcio, è disonesto. Se no starebbero solo zitti. Non dico in tutti i casi, ma in molti, dovrebbero solo starsene zitti.

Intermezzo – SpongeBob – il film/ Io e mia sorella/Machine Gun McCain

Come al solito ne è passato di tempo dall’ultimo post. Ho vari pensieri da buttare giù e anche qualche ricetta, ma prima volevo mettere un po’ di scene che mi fanno stare bene.

Da SPONGEBOB-IL FILM, di Stephen Hillenburg: la scena con l’amato Spongy triste e sconsolato che vuole tornare a casa, ma poi cambia idea sentendo che l’amico Patrick Star ordina una “tripla coppa gelato Goober”, e da lì si sfondano, ordinandone ancora tante, fino al “cameeerieroooo” (amo il doppiaggio di Spongebob), e dopo ci sarà l’hangover.

Da IO E MIA SORELLA, di Carlo Verdone: la scena della cena in un ristorante di Budapest, con Verdone che cerca di intortare, per altri fini, una responsabile di un istituto per minori. Purtroppo di quel che mangiano non si vede una mazza, ma gli ultimi due secondi mi fanno troppo ridere, anche alla centesima visione.

Da GLI INTOCCABILI – MACHINE GUN MCCAIN, di Giuliano Montaldo: la scena con Cassavetes che, finito di aspirarsi un hamburger,  riceve il suo hot dog e lo ricopre di senape “come se non ne avesse visto uno per anni” (e in effetti è appena uscito di prigione dopo 15 anni dentro). A parte il fatto che: che due maroni le frasi che la gente ti dice quando mangi tanto, o aggiungi tante salse o contorni. Dipende sempre come vengono espresse, chi ce le dice, il tono, il contesto, però alla lunga diventano una costante fastidiosa. È così incontenibile la voglia di esternare queste osservazioni su come o cosa mangiano gli altri mentre stanno cercando di mangiare in pace?
Ma più che altro mi interessa sapere: che canzone è quella che si sente in questa scena? Sono solo pochi secondi, ma
è già bella, capisco solo poche parole e in rete non trovo niente. Se qualcuno la riconosce o ci arriva mi faccia sapere. Grazie 🙂

Borbotto peggio di un vecchio – Brivido nella notte/Intermission

Torno lamentandomi, purtroppo è un classico per i miei post.
Ci sono molte cose che mi danno fastidio riguardo al cibo.
Di una ne ho già parlato anche in precedenza: i nomignoli, diminutivi, smancerie stucchevoli nel descrivere gli alimenti, modi di dire, mode di dire, lemmi italiani dal suono irritante, poi gli inglesismi.
In questa scena da BRIVIDO NELLA NOTTE di Clint Eastwood c’è lei, che oltretutto arriva a sorpresa, tutta “giuliva e carica di provviste” che parte giudicando il frigo di Clint, poi lo inquadra come tipo da bistecche e patate, e già qui sarebbe da sbattere fuori di casa, ma poi osa anche proferire tali parole: “cenetta coi fiocchi” e “assaggino”.

Su questo aspetto in molti casi comunque riesco a soprassedere, alcuni termini ogni tanto li usano anche persone che stimo e di cui mi fido a livello enogastronomico, e comprendo che in certi casi sia difficile spiegarsi facendo a meno di certe espressioni.

Una cosa che invece non riesco a capire, e biasimo e detesto fortemente, è la reticenza nel condividere le proprie ricette, la gelosia dei propri saperi e delle proprie invenzioni, fino al punto da volerle negare alla conoscenza di altri.
Nella rete dei blogger di cibo questo è praticamente inesistente: tutti condividono, spiegano, donano a chiunque. Ma nella vita vera invece mi capita, e non così di rado, di imbattermi in persone che mi negano una loro ricetta, che alla mia richiesta rispondono “non te la do, è un segreto, è mia”.
Ogni volta non riesco a crederci, e mi inalbero anche, per la pochezza di un pensiero del genere, di una visione della cultura così svilente, di una mentalità così piccola e ignorante.
Non voglio essere offensiva, ma non riesco a difendere questo atteggiamento.
Posso anche capire l’omettere un trucco o un ingrediente speciale, ma negare la ricetta intera no.
Tanto nessuno saprà mai rifare allo stesso modo quello che fa un’altra persona, la mano nell’esecuzione è almeno metà dell’opera.
Se tutti pensassero come loro sarebbe un mondo orribile, un mondo con tutti gli spartiti di musica bruciati, un mondo senza libri, senza riviste, dove ognuno cucina solo quello che sa cucinare di suo, e basta. Ma poi grazie a chi? E il fuoco grazie a chi? E gli elettrodomestici grazie a chi? E gli ingredienti grazie a chi? Niente grazie alla loro saccoccia smunta, ridicola e pateticamente difesa, ma a tutto quello che è stato condiviso e tramandato nella storia.
Da questa scena da INTERMISSION di John Crowley, c’è la condivisione dell’aggiunta al caffè (o è tè? mannaggia anche a loro che non lo rendono esplicito) di una salsa piccante, che evidentemente è una gran bella scoperta per chiunque. Io di mio posso donare all’umanità la verità che il Mars intinto nella maionese spacca il culo. Anche lo strolghino sulle fette biscottate. E che dei pesci, alla griglia, al cartoccio ecc, sono ottimi gli occhi.

Potato salad – “I compari” e la preghiera di Clint prima di mangiare

Torno sul blog dopo un tot di tempo, le scene ce le ho, la ricetta anche, ma senza foto.
Fino a ieri era estate e campavo a potato salad, nel senso che me la sono fatta spesso. Solo pochi anni fa una mia amica mi narrava di un ragazzo che per un certo periodo per saltarci fuori coi soldi mangiava pane e cipolle, e io “Ma come fa tutti i giorni? Ma crude?” e lei mi aveva spiegato che era un modo di dire. Non lo avevo mai sentito e mi sembrava verosimile.
Questa insalata di patate l’ho mangiata sempre fatta in casa perchè, nonostante abbiano aperto vari locali di cucina americana (il piatto è di origine tedesca ma negli states si trova dappertutto e in questa versione è tipico), non l’ho mai vista nei loro menu (parlo della mia zona, probabile che a Milano o Roma sia reperibile ovunque).

La ricetta: bollire 6 patate grandi per 30 minuti almeno, farle raffreddare e togliere la pelle. Tagliare a pezzi le patate, 2 coste di sedano, 2 uova sode, qualche cetriolino sottaceto, 2 cipollotti.
Unire tutto e aggiungere una tazzina di erba cipollina tritata e una di prezzemolo tritato, 2 cucchiaini di senape (io uso sempre quella maille- dijon originale), 2 cucchiaini di aceto di mele, sale, pepe, e poi cominciare ad aggiungere delle cucchiaiate di maionese e yogurt greco (rapporto 2:1) finchè non si arriva alla cremosità che si vuole.

Da I COMPARI di Robert Altman, la scena della cena dove Julie Christie ordina 4 uova fritte, lo spezzatino e un the molto forte, mentre Warren Beatty chiede un doppio whiskey con un uovo crudo.
Lei spazzola tutto in un modo da restare incantati per l’esecuzione, i movimenti della bocca e del braccio, le dita pulite sul tovagliolo, in un tempo da apnea ma con una grande grazia.
Poi arriva lui che aspetta il compimento dell’opera, e finalmente rompe e fa cadere l’uovo crudo nel suo whiskey doppio.
Dopo c’è un ritratto altrettanto pieno di grazia di Beatty in solitudine, ubriaco, rifugge dall’idea dell’obbligo di dover fare il bagno, di obbedire a lei, prova a chiudere l’orologio, fa due rutti, una pausa e ne caccia un altro magnifico, prende la bottiglia senza farla cadere, e sì, c’è poesia in tutto questo (come dirà lui stesso più avanti nel film), la chitarra di leonard cohen che si sente non si trova lì per caso come un gingillo sonoro.


Chiudo con la benedizione di Clint, dal suo BRONCO BILLY, la più bella preghiera che abbia mai sentito prima di cominciare a mangiare.

Polenta col sugo di salsicce – The wire e Red hill

polenta salsicce

Sono tornata con la ricetta sbagliata, perchè non so in quanti in questi giorni avranno voglia di polenta.
Però io ne ho sempre voglia, e comunque di inverno in tanti beviamo le birre gelide all’aperto per fumare dove magari si è a -1°, e alcuni cominciano a prendere il gelato a marzo e lo mangiano per strada che fa ancora freddo.
Qualche giorno fa in balcone ho grigliato per un’ora e non è che fosse tutto questo refrigerio stare vicino alla griglia.
Quindi se uno a luglio può grigliare dei suini interi può anche girare una pentola di polenta.

Il sugo con le salsicce da mettere sopra la polenta finchè il giallo non sparisce lo faccio così:
tritare non troppo finemente 1 costa di sedano, 1 carota grande, 1 cipolla di quelle piatte, ¼ cipolla bianca.
Togliere il budello a 8 salsicce di maiale e tagliarle a pezzi.
Scaldare 3-4 cucchiai di olio evo e soffriggere le verdure, poi aggiungere le salsicce.
Quando si sono rosolate versare mezzo bicchiere  di vino (io ci metto sempre il lambro)  e farlo evaporare.
Aggiungere una scatola di pomodori a cubetti o di pelati, 1 ramo di rosmarino, salare e lasciare cuocere almeno un’ora.

Un paio di belle scene:
dalla serie tv THE WIRE: Omar che in macchina mangia una crab cake di Faidley, direi per forza tappa fissa se uno passa da Baltimora.

da RED HILL di Patrick Hughes: un momento di quiete per l’evaso e assassino, che comunque dopo pochi secondi  di dolce pannoso si interrompe infastidito dai suoni dall’altra stanza di uno a cui ha appena fatto schioppare il culo, e dai messaggi via radio che fanno capire che la caccia è iniziata.

Pappa al pomodoro

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Il nome di questo piatto per me è tremendo e anche fuorviante.
Chi non è toscano può infatti essere portato a pensare che si tratti di una pastasciutta col pomodoro detta in modo da asilo, invece non è così.
Oltre al nome, mi crea qualche difficoltà per la consistenza.
Non credo che riuscirei a mangiarla fatta da qualcun altro senza poter osservare tutte le sue mosse mentre la prepara, anche se vorrei davvero provarla cucinata da chi sa bene come si fa e la mangia da quando è nato, ma la sua presentazione e le sensazioni mollicciose che provo mentre transita nella bocca mi fanno desistere.
So che se la mangiassi fuori casa non penserei ad altro che quella mollica di pane sia stata masticata e sputata nella pentola, e poi mescolata e cucinata con tutta la saliva che ha assorbito.
Quindi per ora continuo a mangiarla solo fatta da me con la sicurezza che non ci siano premasticate e schiume salivose dentro.
Ma sul serio vorrei non pensare così ed essere libera di provarle tutte, perchè è troppo buona.
Dopo avere seguito varie ricette prese dai libri e dalla rete, ho messo insieme questa che è come faccio di solito:
x 4 persone
Incidere a croce 1 kg di pomodori (san marzano o costoluti, maturi e morbidi, non troppo acquosi), sbollentarli per un paio di minuti, quindi scolarli, togliere la buccia e tritarli col coltello.
Tagliare a fette sottili 300 grammi di pane toscano raffermo di due-tre giorni.
Tritare due spicchi d’aglio e uno scalogno e farli soffriggere in tre cucchiai di olio in una padella capiente.
Aggiungere i pomodori tritati, due peperoncini secchi sbriciolati, qualche foglia di basilico e fare cuocere una decina di minuti.
Unire le fette di pane (volendo si possono fare a pezzi prima di metterle nella padella), coprire con brodo vegetale, salare e pepare, fare cuocere per mezz’ora mescolando spesso.
Quando ho sotto il naso la mia scodella fumante poi ci metto un abbondante filo d’olio, una foglia spezzettata di basilico e, sì anche qui ci casco, una copiosa e vergognosa grattugiata di parmigiano reggiano.

Qualche scena di zuppe dai film.
Da SUPER NACHO di Jared Hess, la minestra di avanzi di Ignacio, che non è che una colata densa di fogna, e anche con questa avrei qualche problema ad assaggiarla, anche se vedessi che Chancho se la aspira contento.

Ne LA PRIMA COSA BELLA di Paolo Virzì si mangiano il bordatino (minestra toscana a base di fagioli, farina gialla e cavolo nero) e mi fa venire una fame enorme, ma tutto è rovinato da quella rompicoglioni.

Da SUI MARCIAPIEDI di Otto Preminger, lo sbirro e la “femmina” mangiano un piatto di “pericolosa minestra”, con quei grissini giganti, meno male che dice che ce ne è ancora (e ci mette circa 20 secondi ad arrivare).

Tutto quindi è molto sano e pieno di vegetali, e in effetti in questo periodo ci ho dato dentro con le verdure crude e cotte e in varie forme finali.
Però poi c’è quella parte oscura che abbiamo tutti, di quando facciamo schifo, e io lo faccio spesso, dove non c’è più posto per le verdure, per la frutta non c’era neanche prima, e la mia scrivania diventa il divano di Ben Stiller in PALLE AL BALZO – DODGEBALL, poi lo diventa il mio letto, la mia macchina, e non so che fine farò.
So solo che non sarà mai abbastanza il pollo fritto.

Zuppa di ceci

zuppa

I ceci sono una droga e sono come le patate, ci si può fare di tutto e viene sempre fuori qualcosa di troppo buono.
Il meglio per me lo danno con la farinata, poi l’hummus, i falafel, ma anche solo lessati e conditi con olio, limone, uno spicchio d’aglio e del pepe fanno del mio pranzo un gran pranzo.
Non ho mai mangiato le panelle, ma già so che daranno l’ennesima dipendenza.
Ho fatto la zuppa e però devo dire che qui succede qualcosa di strano ai ceci, perdono un po’ della loro identità alla fine, il sapore caratteristico si attenua avvicinandosi a quello dei fagioli.
Ma forse è dato dall’averla fatta coi ceci già lessati in scatola, perchè li avevo così, e perchè sono anche pigra delle volte.
Per chi vuole farla coi ceci secchi: bisogna lasciarli in ammollo 10-12 ore nell’acqua e quindi fare quello che dico nella mia ricetta.
Poi ho usato quelli della coop che non è che siano eccezionali. Consiglio quelli “Le conserve della nonna” che sono ottimi, o quelli “L’alce nero”, mentre sconsiglio quelli Valfrutta perchè non sanno di niente ed hanno una gelatina inspiegabile intorno che non va mai via.
Io ho provato così, a occhio e sentimento (x 4 persone):
in una pentola scaldare 2 cucchiai d’olio, soffriggere 2 scalogni e mezzo spicchio d’aglio tritati, 1 rametto di rosmarino intero, 2 peperoncini secchi sbriciolati e mezzo peperoncino rosso fresco (1/4 se molto piccante).
Dopo 2 minuti aggiungere 1 carota e 1 costa di sedano a pezzi, far soffriggere ancora un paio di minuti, aggiungere 2 scatole di ceci lessati (circa 450 grammi) far cuocere altri due minuti poi togliere il rametto di rosmarino, coprire con brodo vegetale, salare e cuocere a fuoco basso per 40 minuti.
Spegnere, tenere da parte un po’ di ceci (da riaggiungere poi interi) e frullare il resto col minipimer.
Nel piatto a persona poi ho aggiunto: ricotta di pecora, qualche fettina di peperoncino fresco, paprika, succo di limone, pepe e un cucchiaio di un olio fatto in precedenza mescolandoci 1 spicchio d’aglio tagliato a metà, un cucchiaino di menta tritata e il succo di qualche pomodorino datterino.
Al posto della ricotta se no ci si può mettere  il Parmigiano grattugiato.

Poi arriva la classica menata che se mangi i legumi non dovresti mangiare della carne, perchè sono sempre proteine. Io invece coi ceci sento fortissimo il richiamo alla carne, cosa posso farci, per me restano comunque una “verdura”, o adesso non sono neanche più piante i ceci?
Mi andrebbe precisamente una braciola di maiale, se no anche “La migliore carne alla griglia del Texas” che si vede in due scene al The bone shack in PLANET TERROR di Robert Rodriguez.
Nella prima scena c’è il cagnolino che se la mangia al bancone (e che farebbe una gran coppia con Fireball Roberts, il mitico bulldog alcolizzato del romanzo della madonna di James Crumley “L’ultimo vero bacio”).
Nella seconda si vede meglio la grigliata, e quanto vorrei quella costina grande come il mio avambraccio.

Spaghetti cinesi alla piastra e solita mia polemica

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Foto virata in rosso grazie alla prodigiosa fotocamera di un Galaxy.
Metto subito la ricetta di questi spaghi cinesi che ho fatto di recente, la polemica la sbatto in fondo così se non vi va non dovete scrollare.

Per due persone:
Tagliare a pezzi piccoli mezzo petto di pollo, a listarelle sottili una zucchina scura e una carota, a fettine 6 funghi shitake o quelli che trovate (a me questi spaghetti piacciono con molto condimento, soprattutto se è un piatto unico, se è troppo diminuite le quantità come volete, per quel che mi riguarda io vorrei mezzo petto, una zucchina e una carota tutti per me)
Tritare 2 cipollotti col coltello, soffriggerli in 2 cucchiai d’olio nel wok.
Aggiungere i pezzi di pollo e farli rosolare per cinque minuti a fiamma alta.
Unire le verdure tagliate e metà di una salsa fatta con 3 cucchiai di sakè (io non lo avevo e ho usato un vino liquoroso siciliano che mi sembrava un valido sostituto) 2 cucchiai di salsa di soia, mezzo cucchiaino di zucchero, 1 cucchiaino di sale. Aggiungere anche una quindicina di mandorle precedentemente tostate con un pizzico di sale buttato sopra per dieci minuti in forno-grill.
Fare cuocere finchè il pollo è ben cotto e le verdure morbide.
Cuocere gli spaghetti di riso (o i noodles all’uovo, che preferisco) come indicato sulla confezione (io li lascio massimo due minuti a fuoco spento dopo averli buttati nell’acqua bollente, se no diventano un gomitolo pressato e molliccio), scolarli, metterli nel wok e saltarli un minuto a fuoco medio aggiungendo l’altra metà della salsa sake-soia.
Per farli alla piastra metterli poi su una piastra larga rovente per mezzo minuto.

La voglia atroce di spaghetti cinesi me l’ha messa questa scena di UOMINI VERI di Philip Kaufman, tra i più desiderabili che abbia mai visto in un film.

La polemica non è niente di nuovo, ma una volta di più sono amareggiata e ne ho pieni i coglioni di chi sminuisce a priori quello che non è il cibo della sua piccola cultura gastronomica, senza avere assaggiato un piatto che sia uno di quella sconosciuta.
Davvero l’ignoranza è il male peggiore che esista, è la base di qualsiasi sfacelo e bruttura.
Mangia questi spaghetti poi ne parliamo, se non puoi andare in Cina mangiali fatti da me, prova a cucinarli tu, comprali in rosticceria o al ristorante, e poi mi dici cosa ne pensi, ma fino a che non li provi stai zitto e non smerdi e non fai paragoni.
E comunque i paragoni sono spesso stupidi, non vedo la necessità di dover sempre stare a paragonare ogni cosa, il cibo, la musica, qualsiasi invenzione, soprattutto quando sono così distanti per radici e componenti e idee e storie che le formano.
Sto mangiando cinese: non me ne frega niente dell’italiano, niente, non serve, non ha senso.
E i paragoni ancora più ristretti: confronti-scontri tra regioni, tra città, sempre più piccolo, tra paesini.
Che svilimento. E la vera miseria è che tutto parta sempre dal presupposto che la propria identità, il proprio avere, il proprio conosciuto in cui si è immersi, sia superiore in assoluto al resto.
Sì lo so, dico cose trite, ma questa piaga non passa mai.
E non saprei trovare una morale nè una soluzione, a parte questa scena da LA STRANA COPPIA di Gene Saks, dove Oscar (Matthau- che è il padrone di casa e non chiede e non costringe a nulla), inonda di deodorante Felix mentre si mangia il piatto di pasta (Lemmon- che invece, per quanto adorabile, si insedia e decide e sovverte lo stile di vita “vivi e lascia vivere alla cazzo, in libertà”), per fargli capire quanto sia terribile mangiare in quella puzza chimica imposta. Purtroppo Oscar scambia le linguine per spaghetti, Felix lo deride per tale sbaglio e allora Oscar tira fuori una nuova e superiore concezione di questo bel piattino perfetto, lanciandolo contro al muro della cucina “Adesso sono un affresco murale”.
Oscar è il migliore amico che si possa incontrare nella vita.