Cos che semo in questo mondo

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Questa immagine mi fa domandare: in generale, quanto saremmo disposti a pagare per questo piatto? Di due fette di pagnotta spesse 1 millimetro, contenenti una fetta di fagiolo spessa altrettanto?
E quanto saremmo disposti a pagare se questo assemblamento fosse nella carta del rinomato ristorante x del famoso chef x?

Viviamo in un periodo misero.
Invece di pensare, valutiamo, di continuo.
Invece di inventare dal niente, eleviamo, miglioriamo, con delle cagate.
A partire dalla lingua, che infatti è il mezzo del pensiero: non si inventano più dei termini, ma è tutto uno spremere le tette inglesi, in modo ridicolo e sterile.
Vige ovunque una ricerca isterica della qualità della forma, che non ha altro contenuto che la forma, appunto.
Ad esempio, in campo gastronomico, da un po’ osservo la stupidaggine dell’aggiunta di olio evo a vari prodotti industriali, che è inutile in quanto olio evo di merda, e il sapore è anche infimo, ma la resa da etichetta o specchietto evidentemente rende a livello di marketing. Ho potuto assaggiare diversi prodotti in questa loro nuova veste- in ammollo in olio extravergine di oliva- e li ho trovati tutti abominevoli. Ma, visto l’andazzo, devo dedurre che molta gente preferisca mangiare quella scritta o quel sapere di olio evo, piuttosto che il sapore reale di questo oliaccio verdognolo e acido che impregna la sostanza.

Di questo nostro periodo-epoca-società non mi piace neanche l’accettazione di porzioni minuscole come sintomo di qualità e di arte, quando invece l’arte per me tende al grande, all’imponenza, ai quadri enormi, allo schermo del cinema, alle sculture gigantesche.
E invece sul cibo ci facciamo fregare o incantare, paghiamo qualcuno che invoca l’arte come suo scudo e fonte, e invece per me la loro fonte è quasi sempre la ricerca del denaro.
E mi fa schifo la moda di questo, in un periodo di magra mondiale, di morti di fame su altri esponenzialmente.
L’elitarismo che cerca palati fatti di monete.
In questa mia società che mi impigrisce, che mi avvilisce.
Non voglio denigrare l’alta cucina in assoluto, bisogna fare delle distinzioni, e le faccio, ma in generale non apprezzo l’idea che per poter far assaggiare certi piatti si debbano imporre certi prezzi e certe quasi impalpabili quantità.
Mi spiego, e lo voglio fare con l’inizio della Polonaise-Fantaisie op. 61 di Chopin.

L’attacco, con quegli accordi col pedale e l’ascensione col “piano”, inchioda qualsiasi ascoltatore in pochi secondi, non si discute, ma se finisse lì, per quanto assoluto e spiazzante e perfetto, sarebbe il vuoto. Infatti ritorna variato due volte, poi torna ancora nell’apoteosi di quello che ormai si conosce, spostandosi più in alto nella tastiera, ancora più piano che è quasi un pianissimo, e col pedale che spande gli armonici fino a toccare le corde giuste dentro il nostro corpo, fino a farle muovere-commuovere. Tutto questo accade in neanche un minuto, ma quel minuto è necessario per arrivare a sentirsi in quel modo, a capire cosa si sta sentendo.

Per spiegarlo in un modo meno pesante: pensiamo a quando aspettiamo l’arrivo del nostro punto preferito in una canzone. A meno che non si tratti dell’intro, serve tutta la parte prima per goderselo. Ascoltarselo precisamente da quando inizia lo svilisce, lo abbatte, toglie la tensione verso quel momento e tutto quello che si crea durante, è necessaria quella preparazione.
Tutto questo per dire che: il bocconcino di estasi resta un bocconcino. Per capirlo bisogna ritrovarlo, riprovarlo, risentirlo subito. La durata ha un minimo di tempo per portare alla percezione.
Quindi non sono molto amante dei piccoli assaggi istantanei e d’effetto. Il mio naso, la mia bocca, la mia lingua e soprattutto il mio cervello, hanno dei tempi più lunghi di quelli che concedono certe circostanze.

Da BONGO E I TRE AVVENTURIERI – episodio TOPOLINO E IL FAGIOLO MAGICO, Walt Disney prod., una delle scene di stenti e privazioni, miseria e “fare la fame” più potenti che abbia mai visto. Quando ero piccola mi faceva soffrire pur incantandomi per la precisione assurda di quelle fette trasparenti di pane e fagioli. Paperino che impazzisce fa paura, il narratore finto tedesco infierisce nel nichilismo e disperazione assoluti.

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